Rivalutazione ISTAT
Inserisci l’importo e scegli il mese base e il mese di aggiornamento: l’importo viene rivalutato con l’indice Istat come in una clausola di aggiornamento.
Nuovo importo
1.256,41
1.000 rivalutato da agosto 2016 a agosto 2026
- Indice di agosto 201682,5
- Indice di agosto 2026103,7
- Variazione dell’indice+25,64%
Calcolo
1.000 × 103,7 ÷ 82,5 = 1.256,41
- Il valore di agosto 2026 è provvisorio e può essere rivisto.
- Fino a dicembre 2025 i valori sono gli indici Istat in base 1995, 2010 e 2015 divisi per i coefficienti di raccordo Istat (1,373, 1,071 e 1,214) e arrotondati a tre decimali; da gennaio 2026 sono gli indici pubblicati in base 2025.
Fonte: Istat · Licenza: CC BY 4.0
Aggiornato il 24 settembre 2026 · prossimo dato atteso verso il 16 ottobre 2026
Indici e strumenti
Come funziona
Rivalutare un importo significa ricalcolarlo con un indice dei prezzi, perché mantenga il suo valore quando i prezzi salgono. Il nuovo importo è quello vecchio moltiplicato per l’indice del mese di aggiornamento e diviso per l’indice del mese base. Con un indice di 100 nel mese base e di 130 nel mese di aggiornamento, 1.000 euro diventano 1.300 euro. Lo strumento usa i numeri indice pubblicati, che trovi nella tabella sotto il risultato.
I contratti indicano quasi sempre l’indice di un Paese e un mese preciso, non una media annua. Il dato mensile è pubblicato poche settimane dopo la fine del mese, così entrambe le parti possono calcolare lo stesso importo prima della scadenza successiva. Le medie annue arrivano solo dopo la fine dell’anno e smussano le variazioni, quindi si prestano meno a un aggiornamento in una data fissa.
Una clausola come «il canone è aggiornato ogni anno in base alla variazione dell’indice FOI rispetto al mese di ottobre 2020» prende l’indice di ottobre 2020 come punto di partenza e confronta ogni nuovo canone con il mese indicato dal contratto. Conta il mese a cui l’indice si riferisce, non quello in cui viene pubblicato: il FOI di ottobre esce a novembre. Controlla sempre l’indice esatto, il mese base e il mese di aggiornamento indicati nel contratto, se l’importo può diminuire, se va arrotondato e se si applica solo una parte della variazione. Lo strumento fa il calcolo, ma non interpreta i contratti e non è una consulenza legale.
Quando l’Istat cambia base, pubblica un coefficiente di raccordo che riporta gli indici della base precedente a quella nuova; la variazione tra due mesi resta la stessa, a meno di arrotondamenti. In queste serie gli indici delle basi precedenti sono già riportati alla base attuale. Gli ultimi mesi sono segnati come provvisori perché la fonte può ancora rivederli.
Il calcolatore dell’inflazione usa le medie annue della Banca mondiale e serve a confrontare il valore della moneta tra anni diversi, per esempio quanto vale oggi uno stipendio del 1990. Questo strumento usa i valori mensili dell’Istat e serve quando un contratto indica un indice e un mese precisi.
L’Istat indica l’indice FOI senza tabacchi per adeguare periodicamente valori monetari come il canone d’affitto o l’assegno di mantenimento, e lo rende disponibile anche con il servizio Rivaluta. Nelle locazioni di immobili a uso diverso dall’abitazione, l’articolo 32 della legge 392/1978 consente di concordare un aggiornamento annuale su richiesta del locatore, e per i contratti di durata non superiore a quella minima di legge le variazioni in aumento non possono superare il 75% di quelle del FOI. In quel caso imposta la quota della variazione a 75.
Se il locatore di un’abitazione sceglie la cedolare secca, per tutta la durata dell’opzione è sospesa la facoltà di chiedere l’aggiornamento del canone a qualsiasi titolo, compresa la variazione dell’indice FOI (decreto legislativo 23/2011, articolo 3, comma 11). L’indice NIC, per l’intera collettività nazionale, misura invece l’inflazione riferita a tutta la popolazione: usalo per un aggiornamento solo se il contratto lo indica.
Quanto valgono oggi 1.000 euro di un anno passato
La tabella usa gli stessi numeri indice del calcolatore qui sopra: l’importo moltiplicato per l’indice dell’ultimo mese pubblicato e diviso per l’indice di gennaio dell’anno di partenza.
| Gennaio | Indice allora | Indice oggi | Vale oggi |
|---|---|---|---|
| 1996 | 57,4 | 103,7 | 1.808 |
| 2000 | 61,9 | 103,7 | 1.675 |
| 2010 | 76,2 | 103,7 | 1.361 |
| 2015 | 81,9 | 103,7 | 1.266 |
| 2020 | 84,6 | 103,7 | 1.226 |
I numeri indice sono quelli della serie Indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), senza tabacchi, che Istat pubblica ogni mese. L’ultimo mese disponibile è agosto 2026.
Che cos’è rivalutare un importo, e che cosa non è
Rivalutare un importo significa riscriverlo nel potere d’acquisto di un altro anno. Il conto è una proporzione semplice: l’importo vecchio moltiplicato per l’indice del mese di confronto e diviso per l’indice del mese di base. Il numero indice in sé non ha unità di misura né valore – conta solo il rapporto fra due numeri della stessa serie.
Quello che viene riscritto è il potere d’acquisto medio, non il prezzo di un singolo bene. L’indice dei prezzi al consumo segue un paniere di beni e servizi acquistati dalle famiglie, con pesi che l’Istat aggiorna ogni anno: affitto, alimentari ed energia pesano molto, mentre un prodotto rincarato o ribassato più della media va per la sua strada. Un computer da 1.000 euro nel 2000 non corrisponde a un computer che oggi costa la stessa cifra rivalutata, perché i computer sono diventati molto più economici rispetto al resto.
L’Istat calcola tre indici dei prezzi al consumo, che si muovono in modo simile ma non identico perché hanno panieri e ponderazioni diverse: il NIC, riferito all’intera collettività nazionale, che è la misura dell’inflazione italiana; l’IPCA, armonizzato a livello europeo; e il FOI, che riguarda le famiglie di operai e impiegati ed è, nella versione senza tabacchi, l’indice che l’Istat destina alle rivalutazioni monetarie e che la legge richiama per i canoni di locazione. È la serie usata qui.
La rivalutazione non dice nulla, infine, su che cosa fosse ragionevole pagare allora: risponde soltanto alla domanda di quanto denaro serva oggi per comprare la stessa quantità dello stesso paniere medio.
Il mese di base e l’anno base sono due cose diverse
Il mese di base è il mese da cui si parte: quello in cui il contratto è stato firmato, il canone è stato fissato o l’importo è stato pagato. L’anno base è un’altra cosa, ed è l’anno per cui l’Istat pone l’indice uguale a 100. La serie del calcolatore ha la sua base scritta sotto la risposta, e quella base cambia quando l’istituto ricostruisce la serie.
Dai dati di gennaio 2026 gli indici sono pubblicati in base 2025=100; prima erano in base 2015=100, e prima ancora in base 2010 e 1995. Un cambio di base modifica tutti i numeri indice ma non i rapporti fra loro, e quindi non la risposta.
Chi fa il conto a mano deve però tenere separate le serie: un numero in base 2015=100 non può stare nella stessa frazione con uno in base 2025=100. Per passare dall’una all’altra l’Istat pubblica i coefficienti di raccordo, e fra queste due basi il coefficiente è 1,214: l’indice in base 2015 diviso per 1,214 dà l’indice in base 2025. Qui i valori anteriori al 2026 sono già riportati alla base attuale, perciò un numero indice può non coincidere con quello letto allora sul giornale, senza che la risposta cambi.
I contratti che si rivalutano
Un contratto che deve seguire i prezzi dovrebbe dire tre cose: quale indice si applica, qual è il mese di base e quando si fa il ricalcolo. Scrivere soltanto «indice Istat» apre una lite su quale delle tre serie si intenda e su quale mese.
Per le locazioni è la legge a indicare l’indice. L’articolo 32 della legge 27 luglio 1978, n. 392, nel capo sulle locazioni di immobili urbani adibiti ad uso diverso da quello di abitazione, consente alle parti di convenire che il canone sia aggiornato ogni anno su richiesta del locatore, e stabilisce che l’aumento non può superare il 75% della variazione accertata dall’Istat dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati. Due conseguenze pratiche: l’aggiornamento non scatta da solo, perché va chiesto, e il 75% è un tetto, non una percentuale da negoziare al rialzo.
Chi affitta un’abitazione e sceglie la cedolare secca rinuncia invece all’aggiornamento. L’articolo 3, comma 11, del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23 sospende, per un periodo corrispondente alla durata dell’opzione, la facoltà di chiedere l’aggiornamento del canone a qualsiasi titolo, compresa la variazione Istat dell’indice FOI dell’anno precedente, e l’opzione non ha effetto se il locatore non ne ha dato comunicazione preventiva al conduttore con lettera raccomandata. La sospensione dura quanto l’opzione, non quanto il contratto.
Lo stesso indice torna anche fuori dagli affitti. L’articolo 2120 del codice civile rivaluta il trattamento di fine rapporto al 31 dicembre di ogni anno, su base composta, con un tasso formato dall’1,5% in misura fissa più il 75% dell’aumento dell’indice FOI rispetto al mese di dicembre dell’anno precedente. Il dato c’è ogni mese: l’Istat pubblica il FOI intorno alla metà del mese successivo, e l’articolo 81 della stessa legge del 1978 ne prevede la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
Una clausola dovrebbe infine dire che cosa vale se il dato non esce in tempo o se la serie viene interrotta. L’Istat indica la serie che sostituisce la precedente e il coefficiente che le collega, ma un contratto che non ne parla resta difficile da applicare.
Rivalutare all’indietro, e ciò che non si può calcolare
La conversione funziona nei due sensi. Per sapere quanto valeva prima un importo di oggi si rovescia la frazione: l’importo moltiplicato per l’indice dell’anno passato e diviso per l’indice attuale. Il risultato resta una stima: il paniere era diverso, e più si va indietro meno si somigliano le cose che si potevano comprare.
Per gli importi anteriori al 2002 c’è un passaggio in più, perché vanno prima convertiti da lire a euro al tasso fisso di 1.936,27 lire per euro e solo dopo rivalutati. La serie mensile usata qui parte dal 1996.
I confronti lunghi, su un secolo o più, vanno letti come un ordine di grandezza e non come una cifra: le cose che allora non esistevano non si possono prezzare, e quelle che esistevano hanno spesso cambiato significato. Un viaggio Roma–Milano costava una certa somma nel 1930, ma durava un giorno intero e oggi si fa in tre ore.
Le retribuzioni, infine, non seguono i prezzi. Per confrontare uno stipendio o una pensione nel tempo servono gli indici delle retribuzioni contrattuali dell’Istat, perché misurano un’altra cosa: quanto viene pagato il lavoro, non quanto costano i beni.